“La relazione tra due insiemi che si ha quando tutti gli elementi di un insieme sono anche insieme dell’altro; tsle relazione è, generalmente, indicata con la notazione S?T nel caso dell’inclusione stretta, cioè se esiste un elemento a di T che non è membro di S; è invece indicata con la notazione S?T se l’inclusione è debole, cioè se i due insiemi possono anche essere identici[…]”
(Collins Reference Dictionary of Matematics, 1989 Borowski-J.M. Borwein; tr. Andrea Stracca, Dizionario Collins di matematica, 1a ed. 1995, 2a 1998, Roma, Gremese Ed., p. 192).
Quando ho iniziato a riflettere su una possibile definizione dell’inclusione sociale, la mia mente è corsa subito alla matematica. Non si tratta di una bizzarria, se ci si pensa bene: quando parliamo di gruppi sociali ed eslusione, abbiamo proprio in mente l’insiemistica, pensiamo a un diagramma di Venn, in cui qualcuno è dentro e qualcuno è fuori.
Leggendo la definizione, tuttavia, mi è balzato subito all’occhio un fatto: in sociologia, parlando di inclusione, abbiamo sempre in mente l’inclusione in senso stretto; anzi, l’inclusione debole è in contraddizione con l’idea stessa di inclusione: se due insiemi coincidono, sono sovrapponibili, non si pone neppure il problema di includere i membri di questo insieme.
L’idea che abbiamo in mente, piuttosto, è quella di un insieme diviso in più sottoinsiemi: ad esempio, l’insieme di tutti gli abitanti di un determinato territorio viene diviso tra i due sottoinsiemi “cittadini” e stranieri. Questi due sottoinsiemi, a loro volta, sono divisibili in altri sottoinsiemi, in alcuni casi intersecabili tra loro: per classi di reddito, età, Paese d’origine, genere etc.
Questa prima, banale considerazione dice già molto del nostro modo di pensare la società e i processi di inclusione. In senso stretto, infatti, l’insieme degli immigrati è GIA’ incluso in quello degli abitanti il territorio nazionale, ma ovviamente non è questo il tipo di inclusione che abbiamo in mente. Per capire cosa intendiamo per inclusione sociale, pertanto, dobbiamo partire dalla definizione dell’insieme in cui si vuole realizzare l’integrazione. Il che, mi pare, non è scoperta da poco: tutte le problematizzazioni sul tema dell’esclusione e della marginalità, infatti, hanno come punto di partenza lo studio dell’insieme degli esclusi, delle categorie emarginate, non dell’insieme di inclusione, che rimane come un dato implicito.
Allora, proviamo a chiederci cosa intendiamo quando parliamo di esigenza di integrare gli stranieri: vuol forse dire che auspichiamo un’integrazione debole, cioè la completa sovrapposizione dell’insieme deiu cittadini con quello degli abitanti, come avverrebbe tramite la concessione a tutti gli stranieri della cittadinanza (può sembrare un esempio estremo e bizzarro, ma bè esattamente quanto avvenne con l’editto di Caracolla)? Ovviamente no: non solo nonb è auspicabile, ma neppure utile. Infatti, anche in una società priva di stranieri esiste esclusione sociale. Se, tuttavia, intendiamo l’idea di cittadinanza noon in senso strettamente giuridico, ma in senso “qualitativo”, quale pieno accesso a diritti sociali, salute, istruzione e partecipazione alla vita democratica, ecco che abbiamo una prima approssimazione all’idea comunemente accettata di integrazione.
Questo significa, in ultima analisi, che l’idea di integrazione che circola in una società, è lo specchio dell’immagine che la classe dominante ha di se stessa. Integrarsi, nella nostra società, significa diventare membro della classe borghese.
“Perché c’è – ed eccoci al punto – un’idea sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante.
In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere se non la storia borghese.” (P.P. Pasolini Lettere luterane. Il progresso come falso progresso, Torino, Einaudi, 1976, ed. 2003. p. 12).
Pasolini coglie appieno il punto, ma cade nello stesso errore: pochi mesi prima di scrivere queste pagine uscite postume, lo scrittore e regista incontrava studenti “Africani” per parlare con loro del suo progetto per un’Orestiade africana: il documentario ci restituisce l’immagine di un Pasolini che teorizzava che in “Africa” stesse sorgendo una democrazia moderna oltre il tribalismo, così come nella Grecia arcaica si era passati dalla legge patriarcale delle Erinni al sistema democratico dell’Areopago.
Lo stesso intellettuale che descrive lucidamente gli effetti devastanti prodotti dalla integrazione delle culture popolari nell’unica cultura borghese, sembra non porsi alcun problema del genere allorquando si parla di riduzione di tutte le culture alla cultura borghese. Perché?
A mio avviso, ciò dipende dal fatto che, al momento in cui Pasolini scriveva, l’integrazione (o, meglio, la dissoluzione) delle culture popolari nell’unica cultura borghese era già un fatto compiuto; pertanto se ne poteva parlare come casi particolari vdell’unica cultura esistente: quella di Pasolini era un’operazione poetica, a tratti “archeologica”, un recupero colto di qualcosa che nell’esperienza delle classi dominate non esisteva più, se non a livello di vago (e vergognoso) ricordo.
La diversità fra culture europee ed extraeuropee, invece, non rientrava (e per me non rientra) ancora in questo campo: l’unico modo in cui un intellettuale poteva parlarne era ed è il ricorso (intrinsecamente violento) all’analogia.
Sentiamo spesso frasi quali “là vivono come noi sessant’anni fa”, oppure “là sono rimasti al Medioevo”, trascurando il fatto che tra XIII e XIV secolo l’Afghanistan era molto più fiorente dell’Italia o che ottant’anni fa gli intellettuali magiari lanciavano appelli per fermare l’avanzata della dittatura in Italia (pur essendo già alle prese con la loro).
Più che un problema di razzismo, è un problema di filosofia della storia: siamo abituati da almeno due secoli a pensare il progresso come qualcosa di lineare, con un punto di fuga che è allo stesso tempo la fine (o il fine) della storia: progresso industriale, socialismo o avvento del Messia non fa troppa differenza, abbiamo bisogno di credere che il movimento storico sia lineare (sebbene il fantasma di Vico si agiti sempre dietro le riflessioni tanto di Hegel che di Marx).
Il disagio della c.d. postmodernità, stsa appunto nella scoperta del fatto che non esiste un sistema di riferimento in grado di garantire la costanza del progresso.
Torniamo al nostro diagramma di Venn: il cerchio che rappresenta l’insieme – qualsiasi insieme – è disegnato in un contorno (il foglio) che rappresenta l’insieme universale. Questo insieme, come mostrato dal paradosso di Russell, non può essere onnincludente, poiché ogni insieme ha un numero di elementi strettamente superiore a quello dei suoi elementi.
Qualcosa di analogo avviene nel paradosso del progresso: ogni inclusione produce nuove esclusioni, perché la somma di tutti i gruppi sociali (le cui identità sono trasversali, molteplici, frammentarie,) trascende la “cifra” della società stessa.
Ecco perché, proprio nel momento in cui, attraverso la globalizzazione dei processi economici (del resto il capitalismo nasce globale), il sistema di organizzazione economico-sociale occidentale parrebbe destinato a una definitiva affermazione su scala planetaria, esso si frantuma in una molteplicità crescente di particolarismi (si pensi alla definizione coniata da Enzesberger, di “guerra civile molecolarizzata”).
Pertanto l’integrazione di un gruppo produce nuove esclusioni e, con esse, la ricerca di nuove politiche di integrazione. L’integrazione è logicamente impossibile, ma la tendenziale inclusione di tutti i gruppi sociali è non di meno necessaria.
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