"Ciò dunque mediante cui l'individuo ha qui validità ed effettualità è la cultura. La vera originaria natura e sostanza dell'individo è lo spirito dell'estraneazione dell'essere naturale. Questa estraneazione è perciò a un tempo fine ed esserci dell'individuo.; essa è in pari tempo il mezzo o il passaggio sia della sostanza pensata nell'effettualità, sia, viceversa, dell'individualità determinata nell'essenzialità. Tale individualità si coltiva fino a giungere ad essere ciò che essa è in sé e soltanto così essa ha esistenza in sé ed ha esistenza effettuale; quanto essa ha di cultura, tanto essa ha di effettualità e di potenza. Sebbene il Sé si sappia qui effettuale come questo Sé, tuttavia la sua effettualità consistte solo nel togliere il Sé naturale; la natura originariamente determinata si riduce perciò al'inessenziale differenza di grandezza, ad una maggiore o minore differenza di grandezza, ad una maggiore o minore energia del volere. Ma fine e contenuto del volere appartengono soltanto all'universale sostanza stessa,e possono essere solo un universale; la specificità di una natura che diviene fine e contenuto, è qualcosa d'impotente e d'ineffettuale; è una specie che invano e visibilmente si affanna a trasferirsi nell'opera; essa è la contraddizione del dare l'effettualità al particolare, mentre l'effettualità è immediatamente l'universale. Se quindi falsamente l'individualità si riduce alla particolarità della natura e del carattere, ecco che nel mondo reale non si trovano né individualità né caratteri, anzi gli individui hanno l'un per l'altro un eguale esserci; quella presunta individualità è per l'appunto soltanto l'esistenza opinata, che non ha stabilità in questo mondo, dove solo ciò che aliena se stesso, e qundi solo l'universale, riceve effettualità."
(F. W. Hegel, Die Phanomenologie des Geistes; tr. it. Marco Capaccioli Fenomenologia dello Spirito, La Nuova Italia, Firenze 1960, p. 308)
"La vergogna realizza una relazione intima con me stesso: con la vergogna scopro un aspetto del mio essere[...] Altri è il mediatore indispensabile tra me e me stesso: ho vergogna di me stesso, quale appaio ad altri.. E, con l'apparizione di altri, sono posto in condizione di portare un giudizio su me stesso come su un oggetto.Però questo oggetto apparso ad altri non è una vana immagine nello spirito di un altro. Tale, mmagine, infatti, sarebbe del tutto imputabile ad altri e non mi potrebbe 'toccare'[...] Cposì gli altri non mi hanno rivelato solamente ciò che ero; mi hanno anche costituito su un tipo di essere nuovo che deve sopportare delle nuove qualificazioni. "
(J.-P. Sartre, L'etre et le néant, Gallimard, Pris 1943; tr. it. G. del Bo, L'Essere e il Nulla, il Saggiatore, Milano 1965, pp. 265-266)
"Chi è Dio? Anzitutto, non una fede generica in Dio nella sua onnipotenza ecc. Questa non è autentica esperienza di Dio, ma un pezzo di mondo prolungato. Incontro con Gesù Cristo. Esperienza del fatto che qui è dato un rovesciamento completo dell'essere dell'uomo per il fatto che Gesù "esiste per altri", esclusivamente.
L'esserci-per-altri di Gesù è l'esperienza della trascendenza! Solo dalla libertà da se stessi, solo dall'esserci-per-altri fino alla morte nasce l'onnipotenza, lomniscienza, l'onnipresenza. Fede è partecipare a questo essere di Gesù. (Incarnazione, croce, risurrezione).
Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto "religioso" con un essere, il più alto, il più potente, il migliore che si possa pensare - questa non è autentica trascendenza - bensì è una nuova vita nell'esserci-per-altri, nell'essere di Gesù. Il trascendente non è l'impegno infinito, irraggiungibile, ma il prossimo che è dato, di volta in volta, che è raggiungibile."
(D. Bonhoeffer,appunto dell'Agosto 1944, in Wienderstand und Ergebung, Auflage 1985; tr. it. A. Gallas, Resistenza e resa, ed. San Paolo 1988, p.462)
"Il contenuto dell'autoformazione del mondo storico nel presente assoluto è ciò che si chiama 'cultura', ma nel suo fondamento è sempre presente un qualcosa di religioso. Il mondo, nel senso più pieno della parola, trascende le semplici caratteristiche razziali e possiede la sua identità in una religione universale. Il cristianesimo, che si sviluppa dalla fede del popolo di Israele, ebbe questo ruolo di religione universale durante il Medio Evo europeo. In Oriente il mondo non giunse alla formazione di quel mondo in senso pieno, alla stregua di quello occidentale, eppure a me pare che il buddhismo e anche il confucianesimo in Cina potrebbero possedere il carattere di una religione universale.
E' detto che durante l'epoca primaverile e autunnale i cinesi si distinsero dai barbari sulla base dei riti.
Qualcuno potrà pensare che quando il mondo storico - come autodeterminazione del presente assoluto - trascende la razza e prende la forma di un mondo in senso pieno, esso perde tutte le sue varie tradizioni, e il suo peculiare carattere divenga astratto, universale, antireligioso e scientifico. Questa è la tendenza di sviluppo dell'Europa moderna. In quanto autonegazione-eppure-affermazione dell'assoluto dell'assoluto, questo orientamento negativo deve essere originariamente presente lungo la direzione dell'autoaffermazione di un mondo nel senso pieno della parola. Il mondo storico contiene un aspetto che nega l'umanità. L'assoluto non è ciò che dissolve il relativo: il vero assoluto contiene in sé la propria autonegazione. Di conseguenza il relativo non è semplicemente la forma astratta dell'assoluto,ma implica la negazione dell'assoluto: esso è il molteplice che si oppone all'uno."
(Nishida Kitaro, Bashoteki ronri to shukyoteki seikan,1945, in Nishida Kitaro zenshu, vol. IX, Iwanami Shoten, Tokyo 1947-1953; tr. Tiziano Tosolini, La logica del luogo e la visione religiosa del mondo, ed l'Epos, Palermo 2005, p. 221-222)
"La società o lo stile di vita democratico è la liberazione e la dissoluzione di ogni assolutismo. E l'assolutismo, qualunque sia la sua origine o il suo soggetto, è, dal punto di vista della persona umana, come rimanere incatenati in un momento assoluto, e al so interno trattenersi o sprofondarsi.
Ma d'altra parte, questo momento in cui è apparsa una verità, o più ambiguamente, una realtà, è destinato a passare. Passa, ma esige fedeltà e bisogna essergli fedele, ma nel tempo. quella che è stata una visione, dev'essere realizzata. Perché non basta che qualcosa appaia come reale, bisogna realizzarla giorno dopo giorno.
[...]
La soluzione è nella fedeltà, nella duplice fedeltà all'assoluto e alla relatività, a quello che viviamo o vediamo fuori dal tempo e al tempo nella sua corsa implacabile. Per meglio dire, quanto sembra così contraddittorio è semplicemente qualcosa che esiste da molto tempo. E l'etica è la caratteristica della vita della persona umana. Volere qualcosa in modo assoluto, ma volerlo nel tempo e volerlo attraverso tutte le relatività implicate dal fatto di vivere nel tempo.
Si tratta dunque di un includere la vita sociale nella morale, di vivere eticamente in modo completo. La persona umana deve includere nella propria area la società."
(M. Zambrano, Persona y democracia. La historia sacrifical, Fundacion Maria Zambrano, 1958; tr. it. Claudia Merseguerra Persona e democrazia. La storia sacrificale, Siruele 1996, ed cit. Bruno Mondadori 2000, pp. 191-193)
"Ogni relazione sociale, al pari di una derivata, risale dalla presenza dell'Altro al Medesimo, senza nessuna mediazione di immagini o segni, ma grazie alla sola espressione del volto. L'essenza dellla società sfugge se viene considerata simile al genere che unisce gli individui simili. Esiste ovviamente un genere umano come genere biologico e la funzione comune che gli uomini possono esercitare nel mondo come totalità, consente di applicare loro un concetto comune. Ma la comunità umana che è instaurata dal linguaggio - nella quale gli interlocutori restano assolutamente separati - non costituisce l'unità del genere. [...]
Il fatto originario della fraternità è costituito dalla mia responsabilità di fronte a uno sguardo che mi guarda come assolutamente estraneo - e l'epifania coincide con questi due momenti."
(E. Lévinas, Totalité et infini, Martinus Nijhoff, Hague 1971; tr. it. A. Dell'Asta Totalità e infinito, Jaca book,prima ed. Milano 1977, ed. cit. Milano 1990, pp. 218-219)
"Riconoscere il tu come irriducibile a noi, non conoscibile né percepibile nella sua totalità da noi, non corrisponde alle nostre abitudini. U n simile tu, la nostra cultura lo affida generalmente a Dio, e le nostre abitudini di pensare, le nostre abitudini etiche e politiche nei confronti dell'altro qui e ora presenta a noi o con noi - carnalmente, in modo corporale - comportano piuttosto una riduzione dell'altro a noi, al nostro, o una trasformazione dell'altro in un lui o in una lei, cioè in qualche modo in un oggetto di conoscenza o in un oggetto d'amore."
(L. Irigaray,In tutto il mondo siamo sempre in due, tr. Federica Giardini, Baldini-Castoldi-Dalai, Milano 2006, p. 63)
"Forse dovrei aggiungere qualche parola su un aspetto che riguarda la questione della razza che solo l'era post-hitleriana, la seconda metà di questo scorcio di secolo, ha portato alla luce, e che solitamente non viene citato tra gli argomenti contro il razzismo. Si tratta del fatto che ogni questione sulla razza è diventata ormai anacronistica, irrilevqante, quasi farsesca di fronte alla sfida che tutto il nostro ambiente in pericolo getta in faccia all'intera umanità. Preso nella morsa di questa sfida, il genere umano diventa per la prima volta uno solo, che lo sappia già o no, saccheggiando la propria dimora terrena, condividendo il destino della propria rovina, essendo l'unico possibile salvatore di entrambi: la terra e se stesso. Una nuova solidarietà di tutto il genere umano sta sorgendo tra noi. Una colpa comune ci unisce,un destino comune ci attende, una responsabilità comune ci chiama. Nella luce accecante di questo nuovo orizzonte che si apre, i conflitti razziali impallidiscono, e il loro clamore dovrà cadere nel silenzio. Lo so, non cadrà nel silenzio, ma d'ora in poi potremo farlo tacere con un nuovo appello a quel grandioso senso di comunità che mai prima d'ora si era affacciato sull'umanità "
(H. Jonas, Racism; tr. it. Maurizio Vento,Razzismo. Discorso npronunciato a Percoto il 30/01/1993, pubblicato in H. Jonas, Des Gottesbegriff nach Aschwitz. Eine judische Stimme, Suhrkamp Verlag 1989; tr. it. Carlo Angelino, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, Il Nuovo Melangolo, Milano 1997, p.48)
"Nel pensiero occidentale incontriamo il motivo del "tra" in molteplici forme in quanto tale, come mondo intermedio o campo intermedio oppure, in forma latinizzata, come intersoggettività, intercorporeità e interculturalità. Questo "tra acquista un peso specifico solo quando non viene pensato come uno spazio vuoto né come una connessione tra esseri autonomi, bensì come campo evemenenziale all'interno del quale qualcosa e qualcuno diventa ciò che è. Il che include che tra noi accada qualcosa che non si lascia ricondurre a prestazioni individuali. Se prendiamo alla lettera l'interculturalità, essa dice molto di più che una semplice multiculturalità, che comprende una molteplicità di culture; somiglia a un campo magnetico, non a un serbatoio. Ma anche se noi attribuiamo al "tra" un ruolo costitutivo, incontriamo un'ambiguità che fa parte dell'ambiguità dell'estraneo. Il "tra" può essere inteso come una zona mediana, come logos, legge o dirirtto che regola il traffico tra enti indipendenti senza avere essa stessa origine da questo traffico."
(B. Waldenfels,Estraneità, ospitalità e ostilità, in Aa.Vv. Topologia dell'estraneo, a cura di Mauro Ponzi, Bruno Mondadori, Milano 2006, p. 5)
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