Ta, Tajebon dañuy e tajebón
ta, Tajebón dañuy e tajebón
Abdu u jambal ñari malaicalá
xawe e ticon daru siseron
momun munidá degan julingán
momun munidá dengan wongán
xawe e ticon daru siseron
momun munidá degan uxuligán
momun munidá degan wongán
Tajobon dañuy e tajebon
Tajobon dañuy e tajobon
Wooleuy, wuleuy, wuleuy, wuleuy...abdu yambbarr
(wooleui) ñari malaicala
(wooleui)chicoley jogué
(wooleui) danu siserron (wooleui)munilá
(wooleui)degan yuligán (wooleui)munilá
(wooleui)degan wongán (wooleui) ahhh...
ISMAEL LO
martedì 24 marzo 2009
mercoledì 18 marzo 2009
GIULIANA CHIARETTI-LEZIONE N. 1
E’ preferibile usare il termine planetarizzazione,, introdotto da A. Melucci nel suo “Passaggi d’epoca” piuttosto che il termine globalizzazione, che ha una valenza prevalentemente economica.
Il tema delle migrazioni si presta a farci comprendere come le relazioni siano sempre planetarie, legate al pianeta.
Ogni anno la Caritas pubblica un rapporto sulle migrazioni, incentrato di volta in volta su una tematica specifica, che ci fornisce un quadro sull’evoluzione e lo stato dell’immigrazione in Italia.
Fino a un decennio fa gli studi scientifici omettevano programmaticamente lo studio della condizione del/nel paese d’origine. Solo negli ultimi anni l’approccio è mutato e si è iniziato a studiare il fenomeno senza scindere lo scenario di provenienza da quello del paese di destinazione.
Perché ha senso parlare di migrazioni in una prospettiva di genere? Come si caratterizza la presenza delle donne immigrate nella nostra percezione?
!) la donna capofamiglia: arrivando in Italia, la donna produttrice di reddito si emancipa e acquista un ruolo che non aveva nel paese d’origine.
2) la donna immigrata vive una condizione di marginalità, di debolezza, di invisibilità, quando non addirittura di sfruttamento e sottomissione.
3) ha senso studiare l’immigrazione in una prospettiva di genere, perché la differenza di genere è l’archetipo di ogni incontro/scontro con l’Altro, sulla quale si modella ogni ulteriore immagine dell’alterità. Inoltre la donna ha un ruolo educativo centrale, che passa soprattutto attraverso la lingua madre.
4) gli uomini hanno maggiori possibilità di integrarsi nella società del paese ospite, pertanto esiste un problema di integrazione specifico delle donne migranti.
In questo senso potremmo dire che la prospettiva di genere è funzionale ad interventi di empowerment. Nei servizi sociali si usa questo termine per indicare i programmi volti a valorizzare le capacità inespresse.
5) donna forte, rettiva, capace di suscitare maggiore empatia.
Questi modelli costituiscono i nostri pre-giudizi, la nostra pre-comprensione. Dopo averli compresi, dobbiamo cercare di tralasciarli, per metterli alla prova della realtà.
Queste convinzioni hanno un retaggio culturale, di esperienze, di idee diffuse, ma è importante prenderne le distanze.
Ehreich B. e Russel Hochschild A. „Donne globali“, Feltrinelli
META’ DIE MIGRANTI NEL MONDO SONO DONNE. IN EUROPA RAPPRESENTANO IL 54% DEL TOTALE, IN ITALIA IL 49%.
Questo elemento richiede un’ulteriore analisi di genere, perché questa straordinaria presenza delle donne è ciò che caratterizza i processi migratori contemporanei rispetto alle migrazioni dei secoli passati. Il protagonismo delle donne nei processi migratori, giustifica di per sé un’analisi in termini di genere.
I principali fattori di queste maggior presenza femminile sono:
1) la disuguaglianza. La disuguaglianza è il principale fattore alla base dei processi migratori. A tale proposito va notato che il rafforzamento dell’interdipendenza ha polarizzato le disuguaglianze, globalizzandole. Oggi, cioè la differenza tra gli strati più alti della popolazione e quelli più poveri è più stridente che in passato, con un progressivo “assottigliamento” del ce5to medio. In secondo luogo, questa disuguaglianza colpisce maggiormente le donne.
Le dimensioni più rilevanti della disuguaglianza sono:
a) di classe:
b) di genere;
c) etniche
d) di generazione.
Quando si parla di estremizzazione delle differenze, si fa riferimento esclusivamente a differenze di reddito, ma ovviamente queste discriminazioni si combinano tra loro nei diversi contesti economici e sociali, poiché dalle differenze di censo discendono altre condizioni: peggior condizione alimentare, difficoltà di accesso all’istruzione e alle cure sanitarie etc.
In altri casi, invece, queste differenze sono ben distinte.
Tutte/i emigrano a causa di questo squilibrio enorme.
2) L’aumentata importanza dell’economia dei servizi. Questo settore produttivo ha assunto un ruolo trainante nell’attuale ciclo economico, anche della forza lavoro.
Essa è un’economia fortemente informale, la cui parte meno qualificata è tipicamente femminile; perciò è chiaro che con l’incremento settore è anche cresciuta la domanda di manodopera femminile.
3) L’emancipazione delle donne occidentali e il loro maggior accesso al mercato del lavoro ha correlativamente implementato la domanda di lavoratrici domestiche:anche se le donne occidentali continuano a svolgere un doppio lavoro, non sono in grado di dedicarvi il tempo necessario e la divisione del lavoro di cura e del lavoro domestico col partner rimane troppo insufficiente, in un contesto in cui il progressivo ridimensionamento delle politiche di welfare state, lascia notevoli lacune di tutela. Quindi, la soluzione immediata rimane quella dell’assunzione di manodopera servile. Il mercato esteuropeo, da questo punto di vista, sembra una fonte inesauribile.
Domanda: che tipo di rapporti si instaurano tra donne italiane e loro dipendenti straniere?
Purtroppo bisogna sfatare il mito della sorellanza: la diversità di classe prevale sempre sull’identità di genere e anche quando si instaura un rapporto collaborativi e cordiale tra le due donne, sullo sfondo rimane ben presente il rapporto di lavoro e il fatto che quella relazione è mediata dal denaro.
4) Il declino demografico dei paesi OCSE
In Italia l’età media è di 42,5 anni, gli ultrasessantenni rappresentano il 25,3% della popolazione (secondo paese al mondo, dopo il Giappone) e gli ultraottantenni rappresentano il 5,1% (secondi solo alla Svezia con 5,3%), il tasso di crescita della popolazione è dello 0,13%, il tasso di natalità è pari a 9,2 ogni 1000 abitanti, cioè ben al di sotto del tasso di sostituzione, la speranza di vita è di 83,5 anni per le donne e di 77,5 anni per gli uomini (The Economist “Il mondo in cifre”, Fusi Orari, Roma 2007). E’ chiaro, in questo contesto, che la domanda di lavoratori nel settore geriatrico e di assistenza domiciliare è in costante incremento, ma anche i sistemi previdenziali sono destinati al crack senza l’apporto di contributi di manodopera “fresca”.
L’ultimo rapporto INPS sul lavoro femminile, lo definisce come un fenomeno complesso, stratificato, rispetto al quale ogni ragionamento statistico è reso ostico dalla forte presenza del sommerso.
L’immigrazione regolare in Italia è cresciuta, tra il ’91 e il ’05, dal 39% al 49,5%.
Selezione di genere e stratificazione economica producono forti asimmetrie rispetto alla collocazione delle donnre migranti nel mercato del lavoro.
Le donne rappresentano il 42% della manodopera immigrata regolare.
Anche nella piccola e media impresa manifatturiera esiste una selezione di genere, rispetto alla quale l’elemento culturale ha un suo peso.
5) I ricongiungimenti familiari
6) L’aumento del grado d’istruzione: l’istruzione femminile è in costante aumento in tutto il mondo, compresi i Paesi in via di sviluppo. In diversi stati, la scolarizzazione femminile ha superato quella maschile. Questo fattore si collega immediatamente a quello di cui al numero 3), ma riguarda anche le donne che emigrano, che sono più formate e qualificate rispetto ai decenni precedenti. Avviene così che, sempre più spesso, la donna immigrata lavori anche quando il marito è occupato e si sta espandendo anche il fenomeno della microimprenditoria femminile (es.: sartorie).
7) La crisi dell’agricoltura tradizionale nei paesi d’origine
Come emerso durante la conferenza di Pechino del 1995, le donne hanno un ruolo fondamentale nell’agricoltura tradizionale. La crisi di questi modelli di sviluppo (specie in alcune aree, come l’Africa subsahariana e il corso del Mekong), dovuta alle politiche agricole occidentali, all’inurbamento più o meno forzato [Saskia-Sassen 1997], ai cambiamenti climatici etc., ha distrutto le economie di villaggio, trasformando intere comunità in sfollati interni. In questo contesto, le donne, private delle loro attività tradizionale, emigrano per poter mantenere la famiglia.
Si può ben dire, quindi, che la parola che definisce la condizione femminile, a tutt’oggi, è patriarcato.
L’economia mondiale ha l’esigenza di territorializzare i processi economici, concentrando produttive nelle megalopoli. Questa territorializzazione dell’economia produce migrazioni interne che producono una prima socializzazione al lavoro salariato e un primo passo verso la successiva migrazione transcontinentale. [I.L.O. Fort Wonen, Genève 2004]
A livello globale le donne sono impiegate principalmente nel lavoro agricolo, nell’economia informale e nel lavoro autonomo. Private di diritti e di protezione sociale, conquistano a fatica un’occupazione a tempo pieno, il part-time oscilla tra il 60 e il 90% e in Europa raggiunge l’83%
Sulla pelle delle donne sono state sperimentate forme di lavoro e di flessibilità, poi estese agli uomini. In tal senso, innanzitutto, si può parlare di una “femminilizzazione” del lavoro; in secondo luogo questo spiega perché, nei settori in cui prevale il precariato e il sommerso (che sono quelli in cui più facilmente trovano lavoro i migranti) sia maggiore la richiesta di manodopera femminile rispetto a quella maschile.
8) La rivoluzione di genere su scala mondiale.
Il tema delle migrazioni si presta a farci comprendere come le relazioni siano sempre planetarie, legate al pianeta.
Ogni anno la Caritas pubblica un rapporto sulle migrazioni, incentrato di volta in volta su una tematica specifica, che ci fornisce un quadro sull’evoluzione e lo stato dell’immigrazione in Italia.
Fino a un decennio fa gli studi scientifici omettevano programmaticamente lo studio della condizione del/nel paese d’origine. Solo negli ultimi anni l’approccio è mutato e si è iniziato a studiare il fenomeno senza scindere lo scenario di provenienza da quello del paese di destinazione.
Perché ha senso parlare di migrazioni in una prospettiva di genere? Come si caratterizza la presenza delle donne immigrate nella nostra percezione?
!) la donna capofamiglia: arrivando in Italia, la donna produttrice di reddito si emancipa e acquista un ruolo che non aveva nel paese d’origine.
2) la donna immigrata vive una condizione di marginalità, di debolezza, di invisibilità, quando non addirittura di sfruttamento e sottomissione.
3) ha senso studiare l’immigrazione in una prospettiva di genere, perché la differenza di genere è l’archetipo di ogni incontro/scontro con l’Altro, sulla quale si modella ogni ulteriore immagine dell’alterità. Inoltre la donna ha un ruolo educativo centrale, che passa soprattutto attraverso la lingua madre.
4) gli uomini hanno maggiori possibilità di integrarsi nella società del paese ospite, pertanto esiste un problema di integrazione specifico delle donne migranti.
In questo senso potremmo dire che la prospettiva di genere è funzionale ad interventi di empowerment. Nei servizi sociali si usa questo termine per indicare i programmi volti a valorizzare le capacità inespresse.
5) donna forte, rettiva, capace di suscitare maggiore empatia.
Questi modelli costituiscono i nostri pre-giudizi, la nostra pre-comprensione. Dopo averli compresi, dobbiamo cercare di tralasciarli, per metterli alla prova della realtà.
Queste convinzioni hanno un retaggio culturale, di esperienze, di idee diffuse, ma è importante prenderne le distanze.
Ehreich B. e Russel Hochschild A. „Donne globali“, Feltrinelli
META’ DIE MIGRANTI NEL MONDO SONO DONNE. IN EUROPA RAPPRESENTANO IL 54% DEL TOTALE, IN ITALIA IL 49%.
Questo elemento richiede un’ulteriore analisi di genere, perché questa straordinaria presenza delle donne è ciò che caratterizza i processi migratori contemporanei rispetto alle migrazioni dei secoli passati. Il protagonismo delle donne nei processi migratori, giustifica di per sé un’analisi in termini di genere.
I principali fattori di queste maggior presenza femminile sono:
1) la disuguaglianza. La disuguaglianza è il principale fattore alla base dei processi migratori. A tale proposito va notato che il rafforzamento dell’interdipendenza ha polarizzato le disuguaglianze, globalizzandole. Oggi, cioè la differenza tra gli strati più alti della popolazione e quelli più poveri è più stridente che in passato, con un progressivo “assottigliamento” del ce5to medio. In secondo luogo, questa disuguaglianza colpisce maggiormente le donne.
Le dimensioni più rilevanti della disuguaglianza sono:
a) di classe:
b) di genere;
c) etniche
d) di generazione.
Quando si parla di estremizzazione delle differenze, si fa riferimento esclusivamente a differenze di reddito, ma ovviamente queste discriminazioni si combinano tra loro nei diversi contesti economici e sociali, poiché dalle differenze di censo discendono altre condizioni: peggior condizione alimentare, difficoltà di accesso all’istruzione e alle cure sanitarie etc.
In altri casi, invece, queste differenze sono ben distinte.
Tutte/i emigrano a causa di questo squilibrio enorme.
2) L’aumentata importanza dell’economia dei servizi. Questo settore produttivo ha assunto un ruolo trainante nell’attuale ciclo economico, anche della forza lavoro.
Essa è un’economia fortemente informale, la cui parte meno qualificata è tipicamente femminile; perciò è chiaro che con l’incremento settore è anche cresciuta la domanda di manodopera femminile.
3) L’emancipazione delle donne occidentali e il loro maggior accesso al mercato del lavoro ha correlativamente implementato la domanda di lavoratrici domestiche:anche se le donne occidentali continuano a svolgere un doppio lavoro, non sono in grado di dedicarvi il tempo necessario e la divisione del lavoro di cura e del lavoro domestico col partner rimane troppo insufficiente, in un contesto in cui il progressivo ridimensionamento delle politiche di welfare state, lascia notevoli lacune di tutela. Quindi, la soluzione immediata rimane quella dell’assunzione di manodopera servile. Il mercato esteuropeo, da questo punto di vista, sembra una fonte inesauribile.
Domanda: che tipo di rapporti si instaurano tra donne italiane e loro dipendenti straniere?
Purtroppo bisogna sfatare il mito della sorellanza: la diversità di classe prevale sempre sull’identità di genere e anche quando si instaura un rapporto collaborativi e cordiale tra le due donne, sullo sfondo rimane ben presente il rapporto di lavoro e il fatto che quella relazione è mediata dal denaro.
4) Il declino demografico dei paesi OCSE
In Italia l’età media è di 42,5 anni, gli ultrasessantenni rappresentano il 25,3% della popolazione (secondo paese al mondo, dopo il Giappone) e gli ultraottantenni rappresentano il 5,1% (secondi solo alla Svezia con 5,3%), il tasso di crescita della popolazione è dello 0,13%, il tasso di natalità è pari a 9,2 ogni 1000 abitanti, cioè ben al di sotto del tasso di sostituzione, la speranza di vita è di 83,5 anni per le donne e di 77,5 anni per gli uomini (The Economist “Il mondo in cifre”, Fusi Orari, Roma 2007). E’ chiaro, in questo contesto, che la domanda di lavoratori nel settore geriatrico e di assistenza domiciliare è in costante incremento, ma anche i sistemi previdenziali sono destinati al crack senza l’apporto di contributi di manodopera “fresca”.
L’ultimo rapporto INPS sul lavoro femminile, lo definisce come un fenomeno complesso, stratificato, rispetto al quale ogni ragionamento statistico è reso ostico dalla forte presenza del sommerso.
L’immigrazione regolare in Italia è cresciuta, tra il ’91 e il ’05, dal 39% al 49,5%.
Selezione di genere e stratificazione economica producono forti asimmetrie rispetto alla collocazione delle donnre migranti nel mercato del lavoro.
Le donne rappresentano il 42% della manodopera immigrata regolare.
Anche nella piccola e media impresa manifatturiera esiste una selezione di genere, rispetto alla quale l’elemento culturale ha un suo peso.
5) I ricongiungimenti familiari
6) L’aumento del grado d’istruzione: l’istruzione femminile è in costante aumento in tutto il mondo, compresi i Paesi in via di sviluppo. In diversi stati, la scolarizzazione femminile ha superato quella maschile. Questo fattore si collega immediatamente a quello di cui al numero 3), ma riguarda anche le donne che emigrano, che sono più formate e qualificate rispetto ai decenni precedenti. Avviene così che, sempre più spesso, la donna immigrata lavori anche quando il marito è occupato e si sta espandendo anche il fenomeno della microimprenditoria femminile (es.: sartorie).
7) La crisi dell’agricoltura tradizionale nei paesi d’origine
Come emerso durante la conferenza di Pechino del 1995, le donne hanno un ruolo fondamentale nell’agricoltura tradizionale. La crisi di questi modelli di sviluppo (specie in alcune aree, come l’Africa subsahariana e il corso del Mekong), dovuta alle politiche agricole occidentali, all’inurbamento più o meno forzato [Saskia-Sassen 1997], ai cambiamenti climatici etc., ha distrutto le economie di villaggio, trasformando intere comunità in sfollati interni. In questo contesto, le donne, private delle loro attività tradizionale, emigrano per poter mantenere la famiglia.
Si può ben dire, quindi, che la parola che definisce la condizione femminile, a tutt’oggi, è patriarcato.
L’economia mondiale ha l’esigenza di territorializzare i processi economici, concentrando produttive nelle megalopoli. Questa territorializzazione dell’economia produce migrazioni interne che producono una prima socializzazione al lavoro salariato e un primo passo verso la successiva migrazione transcontinentale. [I.L.O. Fort Wonen, Genève 2004]
A livello globale le donne sono impiegate principalmente nel lavoro agricolo, nell’economia informale e nel lavoro autonomo. Private di diritti e di protezione sociale, conquistano a fatica un’occupazione a tempo pieno, il part-time oscilla tra il 60 e il 90% e in Europa raggiunge l’83%
Sulla pelle delle donne sono state sperimentate forme di lavoro e di flessibilità, poi estese agli uomini. In tal senso, innanzitutto, si può parlare di una “femminilizzazione” del lavoro; in secondo luogo questo spiega perché, nei settori in cui prevale il precariato e il sommerso (che sono quelli in cui più facilmente trovano lavoro i migranti) sia maggiore la richiesta di manodopera femminile rispetto a quella maschile.
8) La rivoluzione di genere su scala mondiale.
lunedì 16 marzo 2009
LEZIONE DI LAURA BALBO 13 MARZO H. 9.00-12.30
Nell’analizzare i processi sociali inerenti l’immigrazione dobbiamo tenere presente un’interazione a tre livellii
LIVELLO ISTITUZIONALE↔LIVELLO MEDIATICO
↕ ↕
OPINIONE PUBBLICA
Ciò significa che ci sono continui input e feed-back tra un livello e l’altro. Pertanto, i media influiscono sull’opinione pubblica, ma l’attenzione e il taglio con cui seguono certe tematiche è a sua volta influenzata dall’ideologia diffusa. Parimenti, il livello istituzionale, adotta le proprie politiche sotto l’influenza dell’elettorato, ma le risposte che esso dà a un problema influisce sulla rappresentazione del fenomeno e sulla direzione dell’opinione pubblica.
Ad esempio, se inizia a serpeggiare un senso di insicurezza in seno all’opinione pubblica ed esso viene amplificato dai media, le istituzioni possono cercare di dare risposte tranquillizzanti (ciò che l’attuale governo fa quando l0’allarme concerne la crisi economica); ovvero assecondare “il ventre” della società, fomentando xcosì l’allarmismo (come avviene sul tema dell’immigrazione).
Il stema universalistico di tutela dei diritti nacque in società relativamente omogenee, ancora abbastanza isolate e nelle quali larghe fette di popolazione (donne, poveri etc.) erano escluse dalla partecipazione alla vita pubblica.
Tale sistema è rimasto solo in nuce e l’emergere di società pluraliste, la perdita di centralità dello stato nazione a favore di entità sopranazionali, la crisi dei sistemi tributari, il rafforzamento dell’interdipendenza e la centralità assunta dall’accesso e la capacità di utilizzo dell’informazione ai fini del governo dei processi economici e sociali, segnala l’urgenza di un superamento del welfare state, ma anche il rischio di una deriva neocorporativista.
Le nostre democrazie rischiano di divenire democrazie di “diritti segmentati”.
Il com’unitarismo ha delle positività, ma rischia di isolare i gruppi etnici.
Non va neppure trascurata l’incidenza che hanno sulla tipologia di intervento approntata dall’ente pubblico la struttura del territorio e la preesistenza di servizi e reti di protezione sociale
Il terzo settore si impone come modello futuro.
Non ci sono solo aspetti negativi: , la molteplicità porta con sé nuove prospettive.
Molta attenzione va rivolta agli elementi comuni tra NOI e LORO.
Bisogna cercare le liaisons in grado di valutare questi elementi, evidenziando anche le convergenze di interessi. Non si può né si deve, cioè, cadere nella trappola di discorsi pietistici e anche mistificanti sullo straniero “buono” (quasi una riproposizione della logica del “buon selvaggio”) e sull’accoglienza caritatevole. Si deve, piuttosto, evidenziare che una società dinamica che pluralista è più sana, prospera e tendenzialmente migliore di una chiusa. Che il pluralismo crea conflittualità e tensioni nelle fasi di trasformazione, ma una volta incanalato e guidato, rafforza il “sistema immunitario” di una democrazia [Popper]
Sorge così l’esigenza di spiegare che non ci sono solo motivi etici, ma anche semplicemente utilitaristici, per sostenere i processi d’integrazione.
Quando la presenza organizzata di un determinato gruppo riesce anche a produrre qualità? Ad esempio, in che modo e a che livello la presenza organizzata di donne a vari livelli del/nel corpo sociale riesce a produrre una tematizzazione in termini di genere? Sulla stessa linea si pone il problema di stabilire come e quando le pratiche quotidiane si istituzionalizzano: problema centrale nel nostro caso, giacché non è possibile un’integrazione calata dall’alto, senza una traduzione nelle pratiche quotidiane di tutti gli attori sociali.
Ognuno di noi usa delle “etichette”, perciò non possiamo trascurare l’importanza che l’uso del lessico gioca nei processi di integrazione/esclusione.
Attraverso la categorizzazione si svolge un processo di costruzione dell’immaginario sociale. A tal proposito, basti citare il ruolo svolto dalla centralizzazione delle anagrafi laiche nell’edificazione degli stati-nazione. Dare il nome è sempre un atto “demiurgico” [Derida].
Ogni espressione è una stratificazione di significati che ne raccontano la storia.
In Italia si sta costruendo un linguaggio sull’immigrazione e dalla direzione che assumerà questo linguaggio dipenderà la formazione dell’immaginario sociale, ergo le dinamiche integrazione/esclusione a nei tre livelli, secondo le reciproche interazioni sopra viste.
Uno degli obiettivi dovrebbe essere quello di costruire il quadro dei processi in corso: seconde generazioni, ruolo del terzo settore, ruolo delle comunità di migranti.
BIBLIOGRAFIA:
L. Balbo In che razza di società viviamo? Bruno Mondatori
Geneviève Makaping
Kossi Emla Imbarazzismi e Imbarazzismi 2, Ed. Dell’Arco
LIVELLO ISTITUZIONALE↔LIVELLO MEDIATICO
↕ ↕
OPINIONE PUBBLICA
Ciò significa che ci sono continui input e feed-back tra un livello e l’altro. Pertanto, i media influiscono sull’opinione pubblica, ma l’attenzione e il taglio con cui seguono certe tematiche è a sua volta influenzata dall’ideologia diffusa. Parimenti, il livello istituzionale, adotta le proprie politiche sotto l’influenza dell’elettorato, ma le risposte che esso dà a un problema influisce sulla rappresentazione del fenomeno e sulla direzione dell’opinione pubblica.
Ad esempio, se inizia a serpeggiare un senso di insicurezza in seno all’opinione pubblica ed esso viene amplificato dai media, le istituzioni possono cercare di dare risposte tranquillizzanti (ciò che l’attuale governo fa quando l0’allarme concerne la crisi economica); ovvero assecondare “il ventre” della società, fomentando xcosì l’allarmismo (come avviene sul tema dell’immigrazione).
Il stema universalistico di tutela dei diritti nacque in società relativamente omogenee, ancora abbastanza isolate e nelle quali larghe fette di popolazione (donne, poveri etc.) erano escluse dalla partecipazione alla vita pubblica.
Tale sistema è rimasto solo in nuce e l’emergere di società pluraliste, la perdita di centralità dello stato nazione a favore di entità sopranazionali, la crisi dei sistemi tributari, il rafforzamento dell’interdipendenza e la centralità assunta dall’accesso e la capacità di utilizzo dell’informazione ai fini del governo dei processi economici e sociali, segnala l’urgenza di un superamento del welfare state, ma anche il rischio di una deriva neocorporativista.
Le nostre democrazie rischiano di divenire democrazie di “diritti segmentati”.
Il com’unitarismo ha delle positività, ma rischia di isolare i gruppi etnici.
Non va neppure trascurata l’incidenza che hanno sulla tipologia di intervento approntata dall’ente pubblico la struttura del territorio e la preesistenza di servizi e reti di protezione sociale
Il terzo settore si impone come modello futuro.
Non ci sono solo aspetti negativi: , la molteplicità porta con sé nuove prospettive.
Molta attenzione va rivolta agli elementi comuni tra NOI e LORO.
Bisogna cercare le liaisons in grado di valutare questi elementi, evidenziando anche le convergenze di interessi. Non si può né si deve, cioè, cadere nella trappola di discorsi pietistici e anche mistificanti sullo straniero “buono” (quasi una riproposizione della logica del “buon selvaggio”) e sull’accoglienza caritatevole. Si deve, piuttosto, evidenziare che una società dinamica che pluralista è più sana, prospera e tendenzialmente migliore di una chiusa. Che il pluralismo crea conflittualità e tensioni nelle fasi di trasformazione, ma una volta incanalato e guidato, rafforza il “sistema immunitario” di una democrazia [Popper]
Sorge così l’esigenza di spiegare che non ci sono solo motivi etici, ma anche semplicemente utilitaristici, per sostenere i processi d’integrazione.
Quando la presenza organizzata di un determinato gruppo riesce anche a produrre qualità? Ad esempio, in che modo e a che livello la presenza organizzata di donne a vari livelli del/nel corpo sociale riesce a produrre una tematizzazione in termini di genere? Sulla stessa linea si pone il problema di stabilire come e quando le pratiche quotidiane si istituzionalizzano: problema centrale nel nostro caso, giacché non è possibile un’integrazione calata dall’alto, senza una traduzione nelle pratiche quotidiane di tutti gli attori sociali.
Ognuno di noi usa delle “etichette”, perciò non possiamo trascurare l’importanza che l’uso del lessico gioca nei processi di integrazione/esclusione.
Attraverso la categorizzazione si svolge un processo di costruzione dell’immaginario sociale. A tal proposito, basti citare il ruolo svolto dalla centralizzazione delle anagrafi laiche nell’edificazione degli stati-nazione. Dare il nome è sempre un atto “demiurgico” [Derida].
Ogni espressione è una stratificazione di significati che ne raccontano la storia.
In Italia si sta costruendo un linguaggio sull’immigrazione e dalla direzione che assumerà questo linguaggio dipenderà la formazione dell’immaginario sociale, ergo le dinamiche integrazione/esclusione a nei tre livelli, secondo le reciproche interazioni sopra viste.
Uno degli obiettivi dovrebbe essere quello di costruire il quadro dei processi in corso: seconde generazioni, ruolo del terzo settore, ruolo delle comunità di migranti.
BIBLIOGRAFIA:
L. Balbo In che razza di società viviamo? Bruno Mondatori
Geneviève Makaping
Kossi Emla Imbarazzismi e Imbarazzismi 2, Ed. Dell’Arco
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